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Hiroshima, dalla bomba atomica al museo della pace di Simonetta Clucher

Perché visitare Hiroshima, una città che è stata rasa al suolo da una bomba atomica nel ‘45? Che cosa c’è da vedere?

Queste erano le domande che mi sono posta più volte prima di partire per il Giappone. Alla fine a Hiroshima ci sono andata – anche se ve lo confesso, solo perché era di strada per Miyajima - e ho avuto la risposta alla mia domanda. Vi dico questo per farvi capire lo spirito con il quale quella mattina ero partita in treno da Kyoto alla volta di Hiroshima e vi anticipo subito che non è lo stesso con il quale l’ho lasciata.

A Hiroshima non c’è solo una città da vedere, bensì un’importante pagina di storia del Giappone e dell’umanitá da capire. La prima cosa che colpisce è la scelta di colmare questa profonda ferita di guerra con un omaggio alla pace. Proprio così, la città oggi è stata ricostruita e ha ripreso la vita quotidiana lasciandosi alle spalle ogni sentimento negativo.

La parola pace ricorre più volte, dal parco costruito nell’area che fu l’epicentro dell’esplosione al museo che raccoglie la testimonianza di quello che è stato.

Pace, perché quello che vuole il Giappone è che quanto successo valga da monito affinché tutto questo non accada più, insomma un invito al disarmo nucleare globale.

Erano le 8:15 del 6 agosto 1945 quando sul cielo di Hiroshima il bombardiere B29 Enola Gay sganciò la bomba Mk1 “Little Boy”. Gli USA volevano mostrare la propria forza e costringere il Giappone alla resa. Il luogo scelto era il quartiere dove sorgeva il cuore commerciale e politico della città.

L’effetto fu devastante, circa 80 mila persone morirono all’istante, ma il bilancio finale fu molto più alto. Considerando anche gli effetti che la bomba ebbe negli anni successivi, si arriva a circa 250 mila morti, quasi tutti civili.

Ogni anno le vittime vengono ricordate con semplicità e commozione: il rintocco di una campana e un minuto di silenzio.

Un ricordo che abbraccia tutta la città, ma che ha il suo cuore nel Parco del Memoriale della Pace (Heiwa Kinen Kōen) e in particolare davanti all’arco del cenotafio dedicato alle vittime affinché, come recita l’iscrizione sul monumento, “possano tutte le anime riposare in pace e che siano da monito a tutti noi per non ripetere lo stesso errore”. A chiudere la giornata del ricordo la cerimonia sul fiume – quest’anno cancellata per via delle restrizioni Covid – che si tiene la sera quando tantissime lanterne di carta vengono affidate all’acqua per portare lontano con sé messaggi di pace scritti all’interno.

Il Parco è anche un simbolo di rinascita, della vita che si rinnova. Un’idea che ogni primavera si realizza con la fioritura di oltre 300 alberi di ciliegio.

Visitare Hiroshima è un viaggio dal grande impatto emotivo, l’ho capito appena arrivata davanti all’Atomic Bomb Dome. Ho sentito subito una forte commozione partire dall’interno, la voce vacillare e gli occhi inumidirsi. In quel momento ho trovato la risposta alla mia domanda iniziale.

L’Atomic Bomb Dome è ciò che rimane di un edificio del 1915 - progettato dall'architetto ceco Jan Letzel - che ospitava la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima. Fu uno dei pochi edifici rimasti in piedi dopo la deflagrazione dell’atomica. I resti di altri edifici furono poi tutti abbattuti durante la ricostruzione postbellica, ma questo, che si trovava ad appena 160 m dall’epicentro, è stato lasciato così come si trovava subito dopo l’esplosione e trasformato in simbolo di pace e del ricordo dell'attacco atomico. Dal 1996 è patrimonio dell’umanità UNESCO

L’Atomic Bomb Dome è la prima cosa che si incontra visitando il Parco del Memoriale della Pace, un triangolo verde delimitato ai due lati dal fiume Ota e progettato dal celebre architetto giapponese Kenzo Tange. Il risultato è uno spazio tranquillo in cui conservare la memoria del passato. Un luogo dove pregare, ricordare e riflettere. Qui non si percepisce mai nessun’idea di odio o rancore, ma solo un inno alla pace.

Un luogo in cui ribadire che tutto questo non deve accadere di nuovo. Concetto che viene sottolineato anche dalla Fiamma della Pace, accesa per la prima volta nel 1964 e destinata ad essere spenta solo quando il mondo rinuncerà all’ultima testata nucleare. Suggestiva la forma di questa installazione che ricorda due mani aperte a sostenere la fiamma e che si allinea perfettamente con l’Arco e il Museo della Pace.

Il percorso all’interno del parco l’ho percepito come una sorta di cammino preparatorio ad affrontare la parte più pesante della visita ad Hiroshima, dal punto di vista emotivo, il Museo della Pace.

Prima di arrivare al museo si incontra il Monumento alla Pace dei Bambini, dedicato a Sadako Sasaki, una bambina sopravvissuta all’esplosione che aveva solo due anni quando fu esposta alle radiazioni dell’atomica. Tuttavia dopo appena nove anni ha scoperto che avevano lasciato in lei un segno profondo: la leucemia.

A darle coraggio e speranza fu una leggenda secondo la quale chi realizzava mille origami a forma di gru poteva veder esaudito un proprio desiderio. Non si sa con certezza se Sadako realizzò davvero mille gru, ma ne fece davvero tante e con ogni tipo di carta, compresa quella dei farmaci con i quali veniva curata. Dopo la sua morte, avvenuta il 25 ottobre del 1955, grazie all’impegno dei suoi compagni di classe fu costruito questo monumento in memoria di tutti i bambini morti per le conseguenze dell’atomica. Sadako è raffigurata in piedi mentre tende uno dei suoi origami verso il cielo.

Vicino alla statua alcune teche di vetro continuano a raccogliere origami in segno di pace e in suo ricordo.

Questi sono alcuni dei più famosi memoriali che si trovano all’interno del parco, ve ne sono anche altri più piccoli, ognuno con la propria storia. A questo punto siete (quasi) pronti a varcare la soglia del Museo della Pace che ripercorre, attraverso documenti originali, la storia dell’attacco atomico e dei suoi effetti sulla popolazione.

Il percorso nel parco fa avvicinare emotivamente il visitatore a ciò che vedrà all’interno dello spazio espositivo, ma l’impatto è comunque molto forte. C’è chi non riesce a completare l’itinerario fino in fondo. Questo però non è il museo della guerra, ma della memoria storica e soprattutto della pace.

All’interno del museo, che è stato recentemente ristrutturato, si intrecciano oggetti personali della vita quotidiana, fotografie, video e documenti utili a ripercorrere non solo il momento dell’esplosione, ma anche il prima e il dopo, compresi quelli che sono stati gli effetti a lungo termine. Anche nel museo uno spazio è dedicato alla piccola Sadako. Importanti aree del museo dedicate a documenti originali sono fruibili in più lingue, italiano compreso.

Tra reperti, foto, ricostruzioni, filmati inizia così un percorso nel dolore della guerra nucleare. Un dolore che sentiamo più vicino quando vediamo i video ed ascoltiamo la testimonianza diretta dei sopravvissuti. Un dolore che non trova un perché quando osserviamo attoniti la ricostruzione degli ultimi secondi di vita di Hiroshima e il suo passare da città attiva e vivace alla totale devastazione.

Non è facile trovare un perché di fronte ad immagini come quella dell’ombra di una delle vittime rimasta impressa sui gradini di pietra, degli orologi fermi alle ore 8:15, degli abiti degli scolari ridotti a brandelli dal calore e ancora ai barattoli di vetro fusi in un pezzo unico o ai segni indelebili lasciati da bottiglie di vetro, giocattoli, travi.

Un piccolo sollievo e dato dalle citazioni di personaggi, provenienti da tutto il mondo, del calibro di Madre Teresa, del Dalai Lama, Jimmy Carter, Mikhail Gorbaciov e molti altri che ci riportano al tema della pace. In ogni caso, terminata la visita si fa fatica ad uscire subito dal museo e lasciarsi alle spalle un’esperienza forte come questa.

Photo Credits: Simonetta Clucher – sullestradelmondo.it

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